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Draghi, il Britannia, le privatizzazioni del 92, Prodi, Goldman Sachs, Bielderberg.Dalla prima alla seconda Tangentopoli il golpe economico politco.
post pubblicato in diario, il 24 aprile 2011


Febbraio 1992, dicembre 2005. Dalla prima alla seconda Tangentopoli, dall’arresto di Mario Chiesa per le mazzette del pio albergo Trivulzio al crollo di un intero pezzo del sistema economico e finanziario culminato con le dimissioni di Antonio Fazio. In mezzo tredici anni durante i quali la corruzione non è mai morta, anzi, ha intrapreso nuovi e più innovativi percorsi, le mafie hanno decuplicato i loro già pingui fatturati, lo Stato sociale è stato smantellato, l’economia massacrata a colpi di privatizzazioni selvagge e a prezzi di supersaldi. E tra pochi mesi si va al voto, con un Prodi quasi certo vincitore e un Giuliano Amato che si prepara per il gran volo verso il Colle più alto di Roma. Quel dottor Sottile che, nel drammatico 1992, fu chiamato a reggere il timone del Governo, dopo il siluramento di Craxi. Ed al ministero del Tesoro regnava il Verbo del direttore generale, Mario Draghi, al quale - scriveva a inizio 2000 nel Gioco dell’Opa il giornalista economico Enrico Cisnetto - «molti imputano di essere persino più potente di Ciampi, cioè un super ministro che non ha mai ricevuto alcuna investitura popolare», addirittura «l’uomo più potente d’Italia», secondo un Business Week di fine anni ’90, che lo ha anche visto all’opera tra i vertici della Banca Mondiale. Saprà ora Draghi traghettare la nostra superbucata nave fuori dalla tempesta ed evitarci il naufragio? Cerchiamo di capirlo, passando in rassegna la carriera del nuovo nocchiero di via Nazionale.

TUTTI A BORDO 
Partiamo proprio dal mare. Eccoci a bordo del Britannia, il panfilo della regina Elisabetta in rotta lungo le coste tirreniche, dalle acque di Civitavecchia e quelle dell’Argentario. E’ il 2 giugno, festa della Repubblica, sono trascorsi esattamente cento giorni dall’arresto di Chiesa. Ma i potenti, si sa, hanno le antenne ben tese e si organizzano in un baleno. Negli splendidi saloni del panfilo si son dati appuntamento oltre centro tra banchieri, uomini d’affari, pezzi da novanta della finanza internazionale, soprattutto di marca statunitense e anglo-olandese. A guidare la nostra delegazione - raccontano in modo scarno le cronache dell’epoca - proprio lui, Draghi, che ai «signori della City» illustra per filo e per segno il maxi programma di dismissioni da parte dello Stato e di privatizzazioni. Un vero e proprio smantellamento dello Stato imprenditore.

A quel summit, secondo i bene informati, avrebbe partecipato anche l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che sul programma Draghi cercò di far da pompiere: «non venne programmata alcuna svendita - osservò - fu solo il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club dell’euro». Più chiari di così…. In perfetta sintonia con l’attuale “avversario” (del Polo) l’allora presidente Iri, Romano Prodi e quello dell’Eni, Franco Barnabè. Pochissime le voci di dissenso. Il napoletano Antonio Parlato, all’epoca sottosegretario al Bilancio, di An, sostenne che Draghi aveva intenzione di portare avanti un progetto di privatizzazioni selvagge. E aggiunse che proprio sul Britannia si sarebbero raggiunti gli accordi per una supersvalutazione della lira. Guarda caso, tra gli invitati “eccellenti” del Britannia fa capolino George Soros, super finanziere d’assalto di origini ungheresi ma yankee d’adozione, a capo del Quantum Fund e protagonista di una incredibile serie di crac provocati in svariate nazioni nel mirino degli Usa, potendo contare su smisurate liquidità, secondo alcune fonti di origine anche colombiana. E guarda caso, per l’Italia sarà settembre nero, anzi nerissimo, con una svalutazione del 30 per cento che costringerà l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi (direttore generale Lamberto Dini) a prosciugare le risorse della banca centrale (quasi 50 miliardi di dollari) per fronteggiare il maxi attacco speculativo nei confronti della lira. 
A infilarci pesantemente uno zampino anche Moody’s, l’agenzia di rating che declassò i nostri Bot. Le inchieste per super-aggiotaggio avviate in diverse procure italiane (fra cui Napoli e Roma) sono finite nella classica bolla di sapone. Eppure, anche allora, e come al solito, a rimetterci l’osso del collo sono stati i cittadini-risparmiatori. Craxi puntò l’indice contro «una quantità di capitali speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici», parlando di «potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie dello Sme», e di un «intreccio di forze e circostanze diverse».

IL SALVATOR SOTTILE 
Ad arginare la tempesta arriverà il governo di salute pubblica guidato da Giuliano Amato, il dottor Sottile passato dalla fedeltà craxiana a quella dalemiana. E per guidare il tanto sospirato piano di Privatizzazioni - il solo che potrà salvare la nave Italia dalle tempeste finanziarie - chi potrà esserci mai? Of course, Super Mario Draghi, che in otto anni porterà a casa un bottino da quasi 200 mila miliardi di vecchie lire, vendendo a destra e a manca gli ex gioielli di casa, anzi dello Stato. Una mission messa a segno con grande determinazione, portandoci in testa alla hit internazionale dei ‘privatizzatori’ (secondi solo alla Gran Bretagna dell’amico Tony Blair). Ma, secondo altri “tecnici”, con una politica di scientifica vendita a prezzi stracciati. Super Mario - appena sceso dal Britannia - dà inizio alla sua guerra. Siamo a metà luglio 1992 quando l’appena battezzato governo Amato dà il via libera alla liquidazione dell’Efim, azienda storica del parastato, gestito coi piedi dai boiardi di Stato ma ancora in grado di esprimere qualcosa. «Draghi fa una piccola finta iniziale - descrive chi lo conosce bene - per congelare i debiti con le banche, anche estere. Ma poi tutto si accomoda, già a fine agosto gli istituti di credito internazionali sono contenti di come procedono le cose e poi verranno soddisfatti man mano».

Peccato che vada disintegrato un patrimonio non da poco, composto da un centinaio di società del gruppo e da migliaia e migliaia di posti di lavoro. Ma si sa, la finanza, soprattutto quella “globalizzata”, non può andar tanto per il… Sottile. Da allora in poi sarà un valzer di dismissioni. E di grandi manovre. Proprio alla fine di quella bollente estate 1992, il governo Amato apre le danze, con la trasformazione in società per azioni dei grandi enti pubblici, Enel, Eni, Ina ed Iri in pole position. La prima maxi operazione è di un anno dopo, quando il Credito Italiano va all’asta, per la gioia di imprenditori della vecchia e nuova finanza, d’assalto e non. La finanza anglo-americana, quella a bordo del Britannia, gongola, ed un segnale più che significativo arriva con lo sbarco del neo ambasciatore Reginald Bartholomew, che dopo qualche mese di acclimatamento tra i salotti romani dichiara: «continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera agli investimenti esteri». 
Dopo cinque anni - dimessi i panni dell’ambasciatore - Bartholomew viene nominato presidente della Merryl Linch Italia, uno dei colossi finanziari made in Usa. Quando la politica & la finanza vanno a braccetto. Detto, fatto, comunque. Le direttive di mr. Reginald sono state seguite a puntino nel corso degli anni ’90. Dalle maxi privatizzazioni targate Telecom (23 mila miliardi) ed Enel (32 mila), passando attraverso un mare di aziende sparse un po’ in tutti i settori, a cominciare dall’agroalimentare che viene letteralmente dato in pasto, è il caso di dirlo, ai big olandesi, inglesi o a stelle e strisce. Arriviamo nel 2000. L’altro colosso di Stato, l’Eni, è già in avanzata fase di privatizzazione. Manca solo il ramo “immobili”, la ciliegina finale. Ad acquisirne la fetta più grossa, per circa 3000 miliardi delle vecchie lire, è un altro colosso dell’intermediazione finanziaria Usa, Goldman Sachs, tramite il suo dinamicissimo fondo Whitehall, che così entra in possesso - per fare un solo esempio - dell’ex area Eni di San Donato Milanese, 300 mila metri quadrati superappetibili, dove potrebbero essere trasferiti gli storici locali Rai di corso Sempione. Goldman Sachs, comunque, non si ferma qui, e fa incetta di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo (e poi, con un altro big Usa, Morgan Stanely, sui patrimoni mattonari di Unim, Ras e Toro).

Altro acchiappatutto, il gruppo Carlyle, che ha fatto incetta di immobili anche a Napoli (tra gli azionisti principali, le famiglie Bush e Bin Laden). Secondo le ultime statistiche di fonte Sole 24 Ore (“Scenari Immobiliari”) i gruppi esteri ormai sopravanzano quelli nostrani, 11 mila contro 15 mila miliardi di vecchie lire di patrimonio ex-pubblico: tra i privati nazionali spiccano Ipi (Danilo Coppola), Pirelli Real Estate (Tronchetti Provera), Risanamento (Zunino), Statuto, Ligresti, ovvero la crema mattonara di casa nostra.

THANK YOU, GOLDMAN 
Nel 2001 Mario Draghi, compiuta la sua mission come direttore generale del Tesoro e soprattutto responsabile delle privatizzazioni, passa al altro incarico. Non più pubblico, questa volta, ma privato. Non più in Italia ma all’estero. Ad arruolarlo è proprio il colosso a stelle e strisce: a gennaio, infatti, assume la carica di vice presidente della Goldman Sachs International. Anni pieni di successi, tanto che a fine 2004 viene nominato al vertice del “management committee”, l’organismo che pianifica tutte le decisioni del gruppo a livello internazionale, il primo “non statunitense” a tagliare questo traguardo nella storia di Goldman. Il pedigree della super-banca d’affari a stelle e strisce, comunque, può vantare una sfilza di nomi illustri. E torniamo a quel fatidico 1992. Il presidente della Federal Riserve Bank di New York (che fa capo alla Banca centrale americana), Gerald Carrigan, legato a filo doppio con George Soros, si dimette e passa tra le fila della Goldman Sachs, in qualità di presidente dei consiglieri internazionali del gruppo.

Tra i consiglieri della stessa banca ha figurato Romano Prodi. Oggi, al posto di Draghi, siede l’ex commissario Ue Mario Monti. E’ entrato nel gruppo a fine novembre: forse proprio per questo - quando è rimbalzato il suo nome per il vertice Bankitalia - ha fatto un passo indietro. Per un evidente conflitto d’interesse. Da un conflitto all’altro, eccoci sempre all’estero, con le possibili acquisizioni delle nostrane Bnl e Antonveneta da parte del Banco di Bilbao e dell’olandese Abn Ambro, in contrapposizione alle nostrane Unipol (vedi alla voce Consorte) e BPI (vedi alla voce Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani). Ebbene, in entrambi i casi, Goldman Sachs ha svolto il ruolo di “advisor”, valutando positivamente le due offerte straniere. E oggi Fazio osserva: «ho cercato di evitare a tutti i costi la colonizzazione del nostro sistema bancario. Vedrete quel che succederà dopo di me». Val la pena di stare a vedere e, se possibile, di accendere i riflettori.

I GRANDI REGISTI DI MANI PULITE 
Cè una strategia ad orologeria in Mani pulite? Come mai il bubbone è scoppiato in quel ’92, quando la corruzione ormai dilagava da anni ? Possibile che tutto sia uscito dai porti delle nebbie in un sol botto? Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi? Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta. E lo stesso clamoroso abbandono della toga da parte dell’uomo simbolo di quella stagione, Antonio Di Pietro, sta a dimostrarlo. Un episodio fino ad oggi mai chiarito. Come non è chiara la genesi di una fantomatica “Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, che nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo avrebbe trovato adepti in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.

«Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso. Tra gli ideologi di Transparency International Hans Helmut Hoeppe, docente all’università del Nevada, il quale non esclude la necessità ultima dell’autoritarismo come unico mezzo per porre fine allo stato sociale ma propone un’alternativa: una radicale politica di “decentralizzazione” e “privatizzazione” di quasi tutte le istituzioni, compresa polizia, magistratura e forze armate. E tra gli sponsor in prima linea, of course, le fondazioni legate alla regina Elisabetta (Corwn Agents, British Overseas Development Administration, Bhp Minerals of Australia, Rio Tinto, Tate & Lile, Nuffield Fountation, Rownee Trust). Poi la misteriosa società Mont Pelerin, fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek e che tra i suoi aficionados italiani conterebbe sulle presenze dell’ex ministro alla difesa Antonio Martino e dell’economista Sergio Ricossa. Ai vertici della sua piramide, tra gli altri, Peter Berry, direttore della Crown Agency britannica, e il ministro colombiano della giustizia Nestor Neira.

Ma a quanto pare è proprio George Soros il grande burattinaio dell’organizzazione, che – guarda caso – attraverso suoi fedelissimi, avrebbe provocato maxi crac nelle economie di mezzo mondo. Del resto, il suo Quantum Fund è una diretta emanazione del gruppo Rothschild. Un solo esempio? Richard Katz, ex direttore della Rotschild Italia e allo stesso tempo membro del comitato esecutivo del Quantum Fund di Soros. Registrato nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, nel suo consiglio d’amministrazione fanno capolino alcuni nomi di un certo peso: come quello di Isidoro Alberini, storico agente di cambio alla Borsa di Milano, Nils Taube (socio dei Rotschild nella finanziaria St.James Place Capital), Amebee de Moustier (della Ifa Banque di Parigi), Edgar de Picciotto. Quest’ultimo è al vertice della UBP (Union Bancarie Privée) di Ginevra, terza banca svizzera, uno dei cui soci, Edmund Safra, è stato coinvolto in un’inchiesta della Dea americana per riciclaggio dei narcodollari colombiani. Tra i più accaniti fan di Mani Pulite International, alcuni padani doc. 
A presiedere il movimento TI in Italia figura, infatti, Maria Teresa Brassiolo, consigliere della lega Nord al comune di Milano, mentre ai vertici organizzativi figura un altro esponente del Carroccio a Saronno, Edoardo Panizza. Una in perfetto stile Calderoli, la Brassiolo , che suggerisce l’uso del bisturi nei confronti dei criminali: «prima di ammazzarli basterebbe magari operarli o dare loro delle medicine, del resto se uno ha l’appendicite lo operano di appendicite». O no?

LE MAFIO-MASSONERIE DI BILDERBERG E TRILATERAL 
I signori della finanza, evidentemente, amano le acque. Vuoi quelle marine, come nel caso della crociera d’affari sul Britannia di Sua Maestà, vuoi quelle, più tranquille, di un bel lago. Come è successo, ad esempio, sulle rive del Maggiore, in quel di Stresa, dove a giugno 2003 il Gruppo Bilderberg a festeggiato i suoi primi 50 anni. Li ritroviamo lì, in un abbraccio appassionato, i potenti della terra, dall’immancabile Henry Kissinger a David Rockfeller fino a Melinda Gates. E la nostra truppa? Mista al punto giusto, trasversale che più non si potrebbe. Il meeting del cinquantennio ha visto la partecipazione, sul versante finanziario, di Franco Bernabè, Rodolfo De Benedetti, Mario Draghi, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Riccardo Passera, Paolo Scaroni, Marco Tronchetti Provera. Per la serie: tutti i candidati possibili alla successione di Fazio al vertice di Bankitalia! Tra gli economisti-politici, i due ultimi ministri dell’Economia nel governo Berlusconi, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti. 
Ma nel corso degli anni le presenze agli annuali meeting - a partire dal 1982 ad oggi - sono state numerose e di grande prestigio: non ha fatto mancare la sua presenza il gruppo Fiat, con i fratelli Gianni e Umberto Agnelli, Paolo Fresco e l’amico Renato Ruggiero (per pochi mesi al timone del ministero degli Esteri); e poi i banchieri Rainer Masera, al vertice del gruppo Imi San Paolo, e Alessandro Profumo, Confindustria con Innocenzo Cipolletta; e un folto drappello di politici, dai polisti Giorgio La Malfa , Gianni De Michelis e Claudio Martelli (oltre ai già ricordati Tremonti e Siniscalco), agli ulivisti Romano Prodi, Valter Veltroni e Virginio Rognoni.

Ecco cosa ne pensa di queste combriccole un giornalista di razza come Fulvio Grimaldi (lo ricordate, col suo inseparabile bassotto a denunciare senza peli sulla lingua gli imbrogli a 360 gradi e per questo prudentemente fatto fuori dalla Rai?), in un lungo reportage consultabile solo via internet, sul sito contro “Come don Chisciotte”: «31 dicembre: nel plauso a denti stretti della destra e più convinto della “sinistra” a Mario Draghi governatore della Banca d’Italia, si chiude l’annus horribilis berlusconian-dalemiano-bertinottiano 2005. Vince la finanza anglo israeliana, massonica e laica (si fa per dire), perde la finanza cattolica e in specie la massoneria Opus Dei. Vincono anche coloro che 13 anni prima hanno avviato la bancarotta italiana, assassinato la politica e fatto trionfare un’economia in gran parte straniera di rapina e per il resto quella che impesta l’aria di questi tempi. La posta in gioco? Tra le altre il famigerato Partito Democratico filoclintoniano, filoisraeliano, filobilderberghiano, massonico, di Rutelli, Veltroni e aggregati vari». 

Grimaldi definisce Bilderberg e Trilateral come «organizzazioni mafioso-massoniche». Sta di fatto che sugli incontri targati Bilberberg - nel corso dei quali si discute dei destini e degli assetti mondiali - vige il più assoluto riserbo. Sulla stampa ufficiale, nessuna riga. Forse perché, tra gli invitati di lusso, figurano anche alcuni grossi calibri della stampa nazionale, da Ferruccio De Bortoli a Gianni Riotta, fino a Lucio Caracciolo. Manca solo Magdi Allam: sarà per la prossima volta.




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"Così ridiamo dignità ai mestieri"
post pubblicato in BIOETICA, il 12 aprile 2011


Paola Mastrocola, insegnante e scrittrice: "L’università non deve essere solo ad appannaggio di chi sceglie dottrine teoriche, ma pure di chi opta per discipline pratiche"

La professoressa Paola Mastrocola è docente e scrittrice.
Cosa pensa dei risultati della ricerca secondo cui il 60% degli studenti degli istituti tecnici, alla fine del quinquennio di studio, trova lavoro?
«È un dato che mi fa piacere. Ma che dovrebbe spingere verso un’ulteriore evoluzione»

Quale?
«L’innalzamento della qualità dell’insegnamento negli istituti tecnici e professionali».

Che, mi pare, ancora sono visti come scuole di serie b.
«Purtroppo è così».

Da cosa dipende?
«Da uno sbagliato schematismo culturale. In base al quale sembra quasi che il figlio di un professionista debba vergognarsi di seguire un istituto tecnico».

Invece?
«Invece nella scuola questa rigida differenziazione dovrebbe sparire. Insomma, se il figlio di un avvocato volesse studiare per diventare un intarsiatore del legno, dovrebbe poterlo fare senza sensi di colpa né da parte sua né della famiglia».

Un’utopia.
«Forse in Italia. Ma ci sono paesi, come ad esempio la Germania, dove anche chi sceglie lavori artigianali ha la possibilità di formarsi a livello universitario».

Cosa, propone: un ateneo per l’intarsio del legno?
«Perché no? L’università non deve essere solo ad appannaggio di chi sceglie dottrine teoriche, ma pure di chi opta per discipline pratiche».

Lei ha definito il suo libro «Togliamo il disturbo» (Ed. Guanda) un «atto di accusa alla mia generazione». In che senso?
«Nel senso che la mia generazione ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento».

Che appello si sente di rivolgere ai giovani?
«Di scegliere loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e familiare».

Uno slancio di libertà.
«Non solo di libertà, ma di coraggio. Un atto rivoluzionario».

Rivoluzionario nei confronti di chi?
«Verso quel mondo che ogni giorno li vezzeggia, li compatisce alimentandone il vittimismo. I giovani si riprendano invece la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo i luoghi comuni che ci opprimono da 40 anni».

http://www.ilgiornale.it/interni/domande__risposte/12-04-2011/articolo-id=516793-page=0-comments=1



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L’asso vincente degli istituti professionali si chiama "motivazione"
post pubblicato in SCUOLA, il 12 aprile 2011


Se il 38% degli studenti ritiene la scuola «un luogo dove non si ha voglia di andare» qualche domanda ce la dovremmo pur fare anche perché se il 74% di quelli che hanno frequentato i centri di formazione professionale (privati o appartenenti al mondo no-profit) è contento di quello che ha fatto di domande ce ne dovremmo già fare due. Anche gli istituti professionali statali non vanno male: il 58% dei diplomati ha un giudizio complessivo buono o ottimo sul percorso di studi.

Perché i ragazzi si trovano così bene nei centri di formazione professionale? Perché in quelle strutture i ragazzi ritengono che la scuola sia un luogo dove si ha voglia di andare?
A queste e ad altre domande risponde il Rapporto sulla sussidiarietà 2010 curato dalla Fondazione Sussidiarietà presieduta da Giorgio Vittadini. È un rapporto serio, documentato e approfondito forse troppo per quella classe dirigente politica che dei libri ha ormai e sempre più spesso fatto elementi di arredo per i salotti e gli ingressi di casa. Ma lasciamo perdere.

Qual è il segreto dei centri di formazione professionale che risultano attrattivi e non respingenti per i giovani. Il segreto è semplice ed antico: si chiama motivazione. Chi gestisce questi centri (Salesiani in testa) lo fa con competenza e crea degli ottimi professionisti ma lo fa con una grande attenzione alla persona, alla sua accoglienza e al suo orientamento. Ora, siccome stiamo parlando di capitale umano e non finanziario la motivazione è il cuore di tutto.


Non importa se questa motivazione arriva da persone e strutture culturalmente e religiosamente orientate perché questa motivazione che viene trasmessa è una motivazione umana, per un’attività umana, con finalità umane. All’origine della motivazione c’è un’altra parola chiave: sussidiarietà. Motivazione e sussidiarietà sono le due facce della stessa medaglia, quanto più le istituzioni sono vicine al bisogno delle persone tanto più queste lo fanno perché lo vogliono fare e non solo perché lo devono fare. E quando un giovane respira in un’istituzione, come i centri di formazione professionale, un’aria di libertà questo produce in lui una maggiore voglia di fare e il dovere diventa il suo progetto di vita e non un giogo simile a quello che si metteva agli animali. È un segreto umano più che manageriale. È il coraggio di puntare sulla persona senza remore e senza paure.

Purtroppo per quanto riguarda gli aspetti occupazionali e professionali i centri privati sono in una posizione più arretrata nei confronti degli istituti statali. Mentre per i diplomati degli statali il 59% è risultato occupato, per quelli del settore privato il 56% non è risultato occupato. Ci sarà da lavorare su questo punto ma anche qui c’è da fare dei distinguo perché, ad esempio in Lombardia un 60% di qualificati del privato trova un impiego nei primi sei mesi dopo la qualifica contro il 41% dei diplomati della Sicilia. Dicevamo che qui occorrerà lavorare ma tenendo conto che probabilmente è più facile cercare un lavoro ad una persona che ha svolto un percorso formativo soddisfacente in quanto persona che non intervenire su di una persona già occupata ma carente quanto a motivazione e soddisfazione personale.

Il bello di questo studio è che vengono offerti dati che aiutano ad identificare i punti di forza e di debolezza dei due sistemi pubblico e privato. Per i decisori questo è un contributo fondamentale.
Speriamo che tra una rissa e l’altra trovino il tempo di leggerne almeno il riassunto (totale 4/5 minuti di attenzione). Meno male che tra tante fondazioni inutili o dannose ce n’é qualcuna che fa cose utili.

http://www.ilgiornale.it/interni/lanalisi_lasso_vincente_istituti_professionali_si_chiama_motivazione/12-04-2011/articolo-id=516795-page=0-comments=1




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Studenti-tecnici: 6 su 10 trovano subito lavoro
post pubblicato in SCUOLA, il 12 aprile 2011


Più del 60% degli alunni degli istituti professionali ha un posto con uno stipendio che oscilla tra i 600 e i 1000 euro, ancora prima di conseguire il diploma. E otto giovani su dieci si ritengono soddisfatti del proprio percorso scolastico. Il mercato ha fame soprattutto di operai, elettricisti, idraulici e saldatori. Tra le donne cuoche, parrucchiere e sarte

Il mondo del lavoro ha fame di carpentieri, operai specializzati, elettricisti, saldatori, idraulici, ma anche cameriere, cuoche, parrucchiere, sarte, magliaie. Lo sanno bene i giovani che non si vergognano a dire: io faccio un mestiere manuale, no, non ho un diploma di ragioneria, neppure quello di geometra e tanto meno quello di maestra d’asilo. Lo sanno bene quei giovani che hanno scelto una scuola di tipo professionale e non conoscono la disoccupazione. Dopo sei mesi o un anno al massimo, più del 60% ha un lavoro dignitoso, uno stipendio in tasca che oscilla dai 600 ai 1000 euro e a diciassette anni non stanno più a ciondolare davanti al bar o a ipnotizzarsi davanti alla playstation in attesa di un futuro sempre più incerto.

E dopo l’apprendistato o il tirocinio, il lavoro diventa stabile per circa la metà dei diplomati. Già, perché, snobbati e guardati con sufficienza, i corsi professionali non sono lo scarto della scuola pubblica e privata, hanno una dignità importante e offrono una capacità di recupero soprattutto per quella fetta dei giovani che abbandonano gli studi troppo presto. «Il 30% degli studenti italiani non arriva al diploma, una delle percentuali più alte nei paesi dell’Ocse» ci spiega Giorgio Vittadini, Presidente della fondazione per la sussidiarietà «ed è a loro che ci rivolgiamo per la nostra attività di recupero». Vittadini è un esperto. Ha curato il rapporto «Sussidiarietà e istruzione e formazione Professionale» di cui pubblichiamo alcuni dati e conosce bene la realtà dei Centri di formazione professionale, gestiti dalle Regioni, dai salesiani, o da laici che hanno sposato una finalità a sfondo ideale.

«Seguire questi ragazzi non significa profitto, significa metterci risorse, energie, volontariato, passione e tutto quello che serve a recuperare molte persone che hanno già fallito, non hanno un mestiere e rischiano di essere bruciati per tutta la vita». Attenzione però, il disagio giovanile non interessa solo la fetta degli emarginati. «È un problema trasversale, che riguarda una quota rilevante di famiglie della media borghesia. Il nesso classe sociale - disagio giovanile non regge più. I giovani sono semplicemente incapaci di studiare per un obiettivo a causa dei problemi comportamentali della famiglia o del contesto sociale in cui vivono». Ecco allora che una preparazione pratica serve a far riacquistare fiducia in se stessi e ad integrarsi nella società. «Alcune volte arrivano da noi giovani senza nessuno stimolo e ci dicono di non avere alcun interesse, ma poi si entusiasmano per la manualità e ritrovano il sorriso».

Attualmente sono 100mila i ragazzi dai 14 ai 17 anni che frequentano i Cfp diramati in tutta Italia. Si trovano bene a scuola. Non a caso il giudizio complessivo sull’insegnamento è ottimo per tre studenti su dieci e buono per quasi la metà di loro. Il percorso formativo è apprezzato da otto giovani su dieci e i professori sono «promossi a pieni voti» da quasi il 75% della popolazione scolastica. Gli insoddisfatti sono una quota esigua (4,5%). Meno contenti i 150mila studenti che frequentano gli Istituti professionali statali, i cosiddetti Ips. Qui, il giudizio sul percorso formativo è «molto positivo» solo per il 27% dei diplomati e «abbastanza positivo» per il 49%. La scuola statale sembra meno coinvolgente: sono meno motivati gli insegnanti, meno selezionati i corsi di studio.

Non a caso, cinque diplomati su dieci fanno un lavoro diverso da quello per cui hanno studiato. Nei Cfp, invece, quasi sei diplomati su dieci trovano un lavoro in linea con il titolo di studi. Inoltre, il 30% dei giovani ha impiegato meno di un mese a trovare lavoro e un altro 30% ha dovuto aspettare solo sei mesi. Fa da traino la Lombardia o il Piemonte dove il numero di assunzioni è molto alto e la frequenza a un Cfp o a un Ips diventa una garanzia di un posto di lavoro a tempo indeterminato e decorosamente retribuito (circa 1000 euro al mese). Diversa, e purtroppo negativa, la situazione al Sud.

In Sicilia, ma anche in Lazio, la fanno da padrona i contratti atipici. Che significa lavoro nero, zero contributi e sfruttamento. Se c’è contratto, infatti, lo stipendio non supera i 600 euro al mese.

http://www.ilgiornale.it/interni/studenti-tecnici_6_10_trovano_subito_lavoro/12-04-2011/articolo-id=516792-page=0-comments=1




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La riforma Gelmini si vota in Senato nonostante i boicottaggi di Pd e Idv
post pubblicato in SCUOLA, il 16 dicembre 2010


L’accordo c’è e il conto alla rovescia è partito: la riforma dell’Università è ormai in dirittura d’arrivo. A due giorni dalla fiducia nei due rami del Parlamento, l’esecutivo spinge sull’acceleratore e tira dritto sui provvedimenti. Così, dopo l’approvazione del decreto sicurezza a Palazzo Madama, è la volta del ddl Gelmini.

La date per la discussione in Aula sono state decise ieri al Senato che, a maggioranza, ha confermato col voto la decisione della Conferenza dei capigruppo: inizio della discussione lunedì 20, approvazione (al massimo) mercoledì 20. E' la strada indicata dalla maggioranza, che a fatica è riuscita a far ingoiare l’amaro boccone a Pd e Idv, che avevano chiesto di far slittare l'esame della riforma a dopo le vacanze di Natale, per un esame più approfondito delle modifiche apportate a Montecitorio il 30 novembre scorso. Tentativo fallito, anche peril sì di Udc e Fli che hanno sottoscritto il calendario proposto da Pdl e Lega.

I futuristi, a quanto sembra, non vogliono tirare troppo la corda e reduci dalla sconfitta sulla mozione di sfiducia al governo Berlusconi decidono per la battuta d’arresto. Almeno, per il momento. Anche se, in verità, il via libera alla riforma è un piatto (politico) che interessa i finiani. E in particolar modo al relatore del provvedimento a Palazzo Madama, Giuseppe Valditara, senatore futurista che negli ultimi due anni ha avuto un ruolo per nulla secondario nella stesura del testo. Proprio per questo, non gli dispiacerebbe affatto vedere la riforma approvata nel minor tempo possibile.

Ad ogni modo ieri la maggioranza ha potuto contare anche sull’appoggio centrista di Udc, Mpa e Api. Così come in quello “esterno” della Conferenza dei Rettori delle Università italiane – “Attendiamo con fiducia che il Senato vari definitivamente il provvedimento”, ha detto il Presidente di Crui Enrico Decleva – e di Confindustria. Proprio la presidente della Confederazione Emma Marcegaglia, infatti, nel momento in cui le opposizioni avevano tentato nei giorni scorsi di calendarizzare il ddl prima della fiducia al governo Berlusconi, era insorta dicendo che il provvedimento “è una riforma strutturale che va nella direzione giusta, premia il merito e ha a che fare con la competitività del nostro paese”.

Così ieri, a nulla è servita la richiesta avanzata dal presidente dei senatori dell'Idv Felice Belisario che aveva proposto di spostare l’esame del provvedimento a nuovo anno per prendere tempo. Così come poco efficace è stato l’intervento della capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che ha posto l’accento sul clima di dissenso manifestatosi nel Paese attraverso proteste e manifestazioni di piazza. Secondo la Finocchiaro, inoltre, la Commissione non avrebbe tenuto sufficientemente conto delle oltre 50 modifiche approvate alla Camera “con punti di criticità sulle coperture finanziarie”.

Coperture che invece, secondo Mariastella Gelmini, ci sarebbero eccome: “La legge di riforma – ha dichiarato il ministro dell’Istruzione – è pienamente finanziata e mentre il sistema universitario si aspettava dal ministero dell'Economia 800-850 milioni di euro, è arrivato un miliardo di euro. Mi pare dunque che le risorse siano sufficienti”.Una questione, quella delle risorse, che già alla Camera aveva sollevato dure polemiche nel dibattito tra la Gelmini e il ‘falco’ finiano Granata.

Ma le rassicurazioni sono arrivate anche dallo stesso campo futurista con il presidente dei senatori Fli Pasquale Viespoli che ha sciolto la riserva annunciando che il gruppo voterà il sì alla riforma, sottolineando di esser stato favorevole alla calendarizzazione stabilita in Senato.

A questo punto, dopo l’accordo con Fli e Udc sui tempi d’approvazione, il provvedimento è ormai al fotofinish e il governo dovrebbe ben sperare nell’atteggiamento (per questa volta) costruttivo degli uomini del presidente della Camera. Ma la collaborazione offerta al governo, una volta chiuso il capitolo Università a Palazzo Madama, continuerà anche a Montecitorio?




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UNIVERSITA':LA RIFORMA GELMINI IN SEI PUNTI. LEGGETE E COMMENTATE.
post pubblicato in SCUOLA, il 5 dicembre 2010


1) Contratti a tempo fino a otto anni per chi aspira a una cattedra.    

 

 

Com’è: I ricercatori sono professori sottopagati con un contratto a tempo indeterminato. Per legge non dovrebbero insegnare ma lo fanno con uno stipendio che può essere anche un quarto rispetto a quello di un ordinario. Spesso restano in queste condizioni a vita.

 

Come sarà: Il ricercatore entra con un contratto a tempo determinato che, tra rinnovo e proroga, può durare fino ad otto anni. Al termine di questo periodo o riesce a diventare professore associato oppure lascia la carriera universitaria, accontentandosi di qualche titolo in più per i concorsi pubblici.

 

 

 

 

2) Addio ai bandi, i nuovi docenti vengono scelti da un’unica lista. 

 

Com’è: Sono direttamente le università a bandire i concorsi per i professori ordinari e associati. La commissione è composta da un professore interno e da quattro esterni scelti per sorteggio. L’università può decidere se chiamare il vincitore oppure no.

Come sarà: Il concorso vero e proprio non c’è più. Al suo posto arriva l’abilitazione scientifica nazionale, una lista che indica i nomi dei professori idonei. La lista è valida per quattro anni e viene stilata da una commissione di quattro professori sorteggiati che valutano i titoli e le pubblicazioni dei candidati. Pescando da quell’elenco, le singole università decidono quali docenti assumere. Il concorso non è più locale ma il rischio del localismo c'è ancora.

 

 

3) Fino al quarto grado di parentela è vietato lavorare nello stesso ateneo.  

 

Com’è: Non ci sono limiti per assumere professori che sono parenti di chi già lavora nella stessa università o nella stessa facoltà.

Come sarà: Dalla lista nazionale le università non possono chiamare professori che sono parenti di chi già lavora nello stesso ateneo. L’incompatibilità arriva fino al quarto grado, cioè fino ai cugini. Riguarda tutti i professori per le assunzioni nello stesso dipartimento, nell’ambito dell’intera università il limite riguarda solo i parenti del rettore, del direttore generale e dei componenti del cda.

 

 

4) Un solo mandato per i rettori, nei cda entrano tre «esterni».  

 

Com’è: Per legge non ci sono limiti al numero di mandato dei rettori. Il consiglio d’amministrazione è composto solo da interni, dallo stesso rettore fino ai rappresentanti degli studenti.

Come sarà: Il rettore può restare in carica al massimo per sei anni con un solo mandato. Nel consiglio d’amministrazione entrano anche componenti esterni all’università, almeno tre su un totale di undici. Gli esterni devono essere persone di «comprovata competenza in campo gestionale».

 

 

5) Borse di studio anche a redditi alti.   

 

Com’è: Le borse di studio sono concesse ai bisognosi, cioè a chi fa parte di una famiglia a basso reddito.

Come sarà: Alle borse di studio per i bisognosi viene affiancato il cosiddetto fondo per il merito, cioè borse assegnate per concorso a prescindere dal reddito. Chi vuole accedere a questo tipo di sussidio ed è al primo anno di università deve superare un test nazionale.

 

 

 

6) Gli stipendi potranno crescere solo grazie a scatti di merito.  

 

 

Com’è: Lo stipendio cresce con il meccanismo degli scatti di anzianità che però sono stati cancellati fino al 2013, come per buona parte dei dipendenti pubblici.

Come sarà: Lo stipendio può crescere ma con gli scatti di merito. A decidere chi premiare saranno nuclei di valutazione composti da professori interni ed esterni, che giudicheranno il lavoro di ricerca dei docenti. I contratti a titolo gratuito non potranno superare il 5% dei professori di ruolo. Restano separate le tre fasce di docenza: ricercatori, associati e ordinari, con tre diversi livelli di stipendio.




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Belardinelli: "La riforma premia il merito e apre gli atenei ai territori"
post pubblicato in SCUOLA, il 2 dicembre 2010


"Non credo sia uno stravolgimento epocale e nemmeno quella rivoluzione così devastante paventata da chi protesta". Fedele al titolo che ha scelto per l’appello lanciato ai colleghi professori (“Difendiamo l’università dalla demagogia”) e che, in pochi giorni, ha superato le 400 adesioni a favore dell’approvazione del ddl, Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, riconosce i meriti del ddl Gelmini, ma è prudente sui reali effetti della riforma.

Quali sono gli aspetti più significativi del disegno di legge?

Sicuramente l’aver rimesso al centro il merito e l’aver legato i finanziamenti pubblici alla qualità della didattica e della ricerca. Importante è anche la drastica riduzione dei corsi di laurea che, in questi ultimi anni, sono proliferati in maniera persino scandalosa. Inoltre, mi pare significativo prevedere l’ingresso di figure esterne al mondo accademico nei consigli di amministrazione, favorendo così il collegamento delle università con i territori di riferimento.

Qual è, invece, il limite di questa riforma?

Fra i tanti problemi che il ddl punta a risolvere, ce n’è uno che, invece, non sarà nemmeno scalfito. Mi riferisco alla drastica mancanza di risorse: l’università ha bisogno di finanziamenti. In Italia investiamo un quarto di quanto fanno i nostri partner europei e, questa carenza di risorse, ci impedisce di essere attrattivi per i ricercatori e i professori stranieri che, eventualmente, volessero venire qui a lavorare.

Perché, secondo lei, questo problema si trascina da così tanto tempo?

Perché scontiamo un deficit culturale che non considera l’educazione centrale per la crescita di un Paese moderno. In questo senso, il ministro Gelmini ha avuto il grande merito di rimettere al centro del dibattito pubblico la necessità di avere una scuola di qualità davvero meritocratica. Certo, se poi le risorse continuassero a non arrivare le cose non potranno che peggiorare.

Cosa fanno all’estero per risolvere questo problema?

In gioventù sono stato borsista di fondazioni tedesche in Germania. Esistono istituzioni del genere in Italia? La risposta è no. Eppure, in Germania, grazie alle borse di studio finanziate dalle fondazioni private, sono riusciti ad attrarre studenti da tutto il mondo, avendo anche un grande ritorno in termini economici. Di questo abbiamo bisogno: di Fondazioni che canalizzino risorse sull’università e la ricerca. Così potremmo migliorare la nostra ricerca e la qualità della nostra didattica.

E, magari, scalare le classifiche internazionali, visto che nessuna università italiana è tra le migliori 150 al mondo...

Innanzitutto mi piacerebbe conoscere i parametri che vengono utilizzati per stilare queste classifiche internazionali. La situazione è meno drammatica di come viene rappresentata. Molti professori e ricercatori italiani sono conosciuti e stimati all’estero. Insomma: la base è buona.




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Tutti gli sprechi degli atenei italiani, la lista nera del Miur
post pubblicato in SCUOLA, il 29 novembre 2010


La denuncia del ministero, dalle sedi distaccate nei piccoli centri ai fondi per la conservazione dell'asino dell'Amiata
 
 I 55 mila euro per studiare un “approccio multidisciplinare” in grado di assicurare la conservazione dell’asino dell’Amiata, le 320 sedi distaccate nelle località più disparate (da Ozzano nell’Emilia a Priolo Gargallo, appena dodicimila abitanti), i corsi di laurea con un solo studente (37), le facoltà con meno di 15 iscritti (327). Un lungo elenco per dimostrare sempre la stessa tesi di fondo: “affermare che l’Italia spende poco per l’università è falso”, ma che il problema semmai è la qualità della spesa, che ha alimentato nel corso degli anni “sprechi e privilegi non più sostenibili”. Dopo le proteste dei giorni scorsi e alla ripresa dell’esame parlamentare del ddl Gelmini, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca stila la black list degli sperperi atenei italiani, caratterizzati da una ricerca spesso “sempre più autoreferenziale”, che ha perso di vista “gli interessi strategici e le necessità di sviluppo e di crescita del Paese”. E via con l’inventario delle bizzarrie, come il corso di laurea in Scienze dell’allevamento e del benessere del cane e del gatto (attivato a Bari) o in Scienza e tecnologia del Packaging (a Parma). Un record che assegna all’Italia il primato per il numero di insegnamenti (5.500 contro la metà del resto d’Europa) e per materie insegnate (circa 170 mila contro una media continentale di 90 mila). Come conseguenza, cattedre e posti per professori sono raddoppiati in meno di un decennio i corsi sono raddoppiati (nel 2001 erano 2.444), peraltro senza tener conto spesso delle reali esigenze degli studenti.

Eppure il ranking continua a penalizzare l’università italiana, assente nella classifica dei 150 migliori atenei del mondo stilata dal Times. Per trovare un istituto della Penisola, bisogna scendere fino al 192esimo posto, con l’Alma mater di Bologna. Per non parlare del numero di studenti che portasno a termine gli studi: i 95 atenei italiani, infatti, annualmente sfornano meno laureati del Cile. Non va meglio sul fronte prettamente economico, con finanziamenti nell’ambito del Prin, che valuta i progetti ritenuti “di rilevante interesse nazionale”, in alcuni casi più che discutibili. Si va infatti dal mezzo milione assegnato allo studio “Individualità: tradizione filosofica, pensiero storico e saperi della vita” (alla Federico II di Napoli), ai 340 mila per la ricerca e la sperimentazione di “nuovi modelli e tecnologie informatiche per la formazione a distanza dell'architetto” (alla Sapienza di Roma) fino ai 185.924 per l’indagine sugli “effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull’uso della città italiana contemporanea”, studio portato avanti a Bari, Roma, Sassari, Torino, Milano e Firenze. segno, per il Miur, che negli anni l’università italiana “non si è sviluppata attorno agli interessi degli studenti ma rispetto a quelli dei professori, dei rettori e di tutti coloro che, a vario titolo, sono impiegati all’interno degli atenei”. A farne le spese, quindi, sono stati soprattutto gli studenti, proprio coloro ai quali l’università dovrebbe “offrire una didattica e una formazione di qualità che consenta un ingresso immediato nel mondo del lavoro”.




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Scuola, "Mensilità in più ai professori meritevoli" Gelmini: "Giorno storico"
post pubblicato in SCUOLA, il 19 novembre 2010


La meritocrazia arriva anche tra i banchi di scuola. Da quest'anno ai professori particolarmente meritevoli verrà assegnata una gratifica pari a una mensilità di stipendio. Il ministro dell'Istruzione: "Premi ai migliori e non soldi legati solo all'anzianità di carriera"

Roma - Se ne parla tanto ma si vede poco. La meritocrazia entra nelle aule di scuola. Da quest'anno a professori particolarmente meritevoli verrà assegnata una gratifica pari a una mensilità di stipendio. Lo prevede uno dei progetti, annunciati oggi dal ministro Gelmini, che partirà, per ora, a Torino e Napoli (20 le scuole coinvolte). Ma anche agli istituti scolastici in generale converrà darsi da fare perchè grazie a un altro progetto alcune scuole potranno rimpinguare le casse: se dimostreranno, infatti, di aver migliorato i livelli di apprendimento degli studenti e raggiunto certi standard riceveranno un contributo fino a un massimo di 70 mila euro.

Gelmini: "Un giorno storico" Anche in questo caso si comincerà in via sperimentale, dalle scuole medie delle province di Pisa e Siracusa (per la durata dell’intero triennio). Non ha esitato a parlare di "giorno storico" il ministro Gelmini sottolineando come per la prima volta parta un’iniziativa concreta per introdurre il merito nel sistema d’istruzione italiano. "Finalmente - ha detto - si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica. Premi dunque ai migliori e non soldi legati solo all’anzianità di carriera che comunque, grazie allo sforzo del governo, sono stati garantiti a tutto il settore".

Scatti d'anzianità A quest’ultimo proposito, infatti, il ministro ha illustrato oggi ai sindacati il decreto interministeriale che consente il pagamento degli scatti d’ anzianità maturati dal personale della scuola. Le sperimentazioni messe in campo saranno finanziate con una parte del 30% dei risparmi ottenuti grazie alla razionalizzazione della spesa, al netto naturalmente delle risorse destinate al recupero degli scatti. Lo scorso febbraio il ministro ha istituito un Comitato Tecnico Scientifico (CTS) che ha l’obiettivo di proporre l’istituzione di un sistema nazionale di valutazione e di miglioramento della didattica. E il Comitato ha proposto al ministro i due progetti illustrati oggi. Quello relativo alle scuole prevede che esse vengano valutate prendendo in considerazione il livello di miglioramento degli apprendimenti degli studenti individuato attraverso i test Invalsi ma anche una serie di indicatori che vanno dal rapporto scuola-famiglia alla gestione delle risorse, ai livelli di abbandono. Il verdetto è affidato a un team di osservatori esterni composto da un ispettore e da due esperti indipendenti. Sulla base dei risultati verrà quindi formulata da una Commissione tecnica regionale una graduatoria. Alle scuole che si collocheranno nella fascia più alta sarà assegnato un premio, fino ad un massimo di 70mila euro.

Le pagelle degli insegnanti Per il progetto destinato agli insegnanti, che aderiranno volontariamente alla sperimentazione, in ogni scuola verrà costituito un "nucleo" di valutazione composto dal preside, da due professori eletti dal Collegio dei docenti e dal presidente del Consiglio di Istituto (in qualità di osservatore). La valutazione terrà conto di curriculum vitae e documento di valutazione. Ma non solo. Il "nucleo" dovrà considerare anche il giudizio sui docenti espresso da genitori e studenti. Gli insegnanti meritevoli saranno premiati entro aprile/maggio 2011.




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Universita': stop del Tesoro, slitta esame riforma Gelmini
post pubblicato in SCUOLA, il 14 ottobre 2010


Ci sono problemi di copertura per il ddl

ROMA -  Manca la copertura finanziaria e l'approvazione alla Camera del ddl di riforma dell'universita' slitta di un mese: il testo doveva approdare in aula domani, per avere una ''corsia preferenziale'' prima della sessione di bilancio. Ma poi e' stato calendarizzato venerdi', appuntamento che slittera' visto che, in una riunione, governo (Tremonti e Gelmini) e maggioranza (ha partecipato anche Fli) hanno deciso di lasciare in stand by per un mese il testo, che non cambia, in attesa di risorse che si e' determinati a trovare. E poco importa una eventuale ''bocciatura'' della commissione Bilancio che ha rinviato a domani l'esame del testo, perche', secondo chi ha partecipato all'incontro, c'e' la volonta' politica di trovare i soldi. Volonta' che lo stesso premier ha assicurato al ministro Gelmini, la quale, preoccupata e contrariata per lo stop ricevuto, l'ha chiamato ad Arcore. Dove Berlusconi ha incontrato in mattinata lo stesso Tremonti, con in agenda anche il tema riforma atenei. Anche il sottosegretario Gianni Letta ha dato il suo impegno per il reperimento delle risorse per i ricercatori italiani e per la riforma. "Accolgo positivamente - ha detto Gelmini - il fatto che il centrodestra ritenga l'università una priorità. Arrivati a questo punto, ha ragione la maggioranza quando chiede di legare e contestualizzare le riforme alle risorse. Il Miur ha presentato una riforma, moderna e innovativa, che ha l'ambizione di rilanciare l'università italiana. Ora tocca al Parlamento approvarla e al ministero dell'Economia valutarne la copertura". Quello che pesa sono le corpose modifiche apportate in commissione Cultura, in particolare quella che prevede l'assunzione di 9 mila ricercatori: un ''peso'' talmente forte secondo il Tesoro, che potrebbe determinare ''effetti finanziari negativi tali da pregiudicare la stabilita' dei conti di finanza pubblica''. Con la Ragioneria della Stato che ha espresso analoghi rilievi. La Conferenza dei Rettori ha espresso immediatamente ''disappunto e vivo allarme'' per la concreta ipotesi di slittamento del voto a dopo la sessione di bilancio del voto in aula alla Camera del Ddl di riforma dell'Universita''', in pratica il rinvio di almeno un mese (il tempo presumibile che sara' dedicato all'analisi dei conti dello Stato). Secondo la Crui, in primo piano c'e' piu' che mai ''la questione delle risorse'', ribadendo ''con forza l'esigenza di assicurare al piu' presto i finanziamenti indispensabili''. Ma da Viale Trastevere si fa notare che in realta' si tratta di uno slittamento dovuto ad un nodo tecnico-politico che potrebbe portare all'approvazione della riforma Gelmini anche entro la fine di novembre, in ogni caso in tempo visto che la legge entrera' in vigore il prossimo anno accademico, il 2011/2012. Certo, viene sottolineato sempre da Viale Trastevere, le risorse necessarie vanno trovate, altrimenti la strada diventerebbe piu' complessa. Mentre il Pd plaude per il rinvio e parla di ''inaffidabili promesse del governo'' che va in tilt, il Pdci parla di ''fallimento'' della Gelmini, chiedendone le dimissioni. Con Francesco Rutelli che sottolinea l'incapacita' del governo a fare le riforme. Umberto Bossi, da parte sua, ricorda che qualsiasi cosa ''quando arriva a Tremonti se non ci sono i soldi finisce li'. O diamo i soldi all'universita' o alle bombe per gli aerei'' in Afghanistan. ''Si tratta di una bella scelta'', aggiunge, spiegando che pero' lui preferisce certo ''la ricerca''. Fli ha definito ''determinante'' per il provvedimento la norma riguardante i ricercatori universitari. ''Abbiamo deciso - sottolinea il 'finiano' Fabio Granata, presente alla riunione governo-maggioranza - di non forzare i tempi e di andare a dopo la sessione di bilancio in modo da garantire le coperture''. ''Il gioco delle tre carte della Gelmini e di Tremonti - afferma Domenico Pantaleo, Segretario Generale della Flc-Cgil - e' stato svelato. Adesso puntiamo ad aprire una grande e partecipata discussione pubblica sul futuro dell'universita' Italiana''. E domani il sindacato con le associazioni degli studenti, sara' davanti a Montecitorio proprio per protestare contro le riforma. Il ministero del Tesoro ha espresso dunque ''parere contrario all'ulteriore corso'' di una serie di norme che ''presentano profili di criticita' sotto l'aspetto economico finanziario per le quali si rende necessario, quale condizione imprescindibile perche' il provvedimento possa proseguire il suo iter'' una serie di modifiche o ''la loro soppressione''. Tra i punti 'critici' anche il piano di concorsi per 9mila ricercatori universitari tra il 2011 e il 2016. ''L'emendamento - si legge nel testo - prevede l'istituzione di un Fondo per la valorizzazione del merito accademico con dotazione di 90 milioni di euro per l'anno 2011, 263 milioni di euro per l'anno 2012, 400 milioni di euro per l'anno 2013, 253 milioni di euro per l'anno 2014, 333 milioni di euro per l'anno 2015, 413 milioni di euro per l'anno 2016 e 480 milioni di euro per l'anno 2017. Il fondo e' finalizzato alla chiamata di 1.500 professori di seconda fascia per ciascuno degli anni compresi nel periodo 2011-2016 e a valorizzare il merito dei professori e ricercatori universitari inquadrati nella prima progressione economica''. ''Circa la copertura utilizzata si fa presente che le risorse iscritte sul Fondo per gli interventi strutturali di politica economica'' sono ''interamente destinati all'attuazione della manovra di bilancio relativa all'anno 2011''. Si aggiunge infine che il citato Fondo risulta ''incapiente a decorrere dall'anno 2012, rispetto agli oneri indicati nell'emendamento''.




permalink | inviato da marylux il 14/10/2010 alle 1:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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