Draghi, il Britannia, le privatizzazioni del 92, Prodi, Goldman Sachs, Bielderberg.Dalla prima alla seconda Tangentopoli il golpe economico politco.
post pubblicato in
diario, il 24 aprile 2011
Febbraio
1992, dicembre 2005. Dalla prima alla seconda Tangentopoli,
dall’arresto di Mario Chiesa per le mazzette del pio albergo Trivulzio
al crollo di un intero pezzo del sistema economico e finanziario
culminato con le dimissioni di Antonio Fazio. In mezzo tredici anni
durante i quali la corruzione non è mai morta, anzi, ha intrapreso nuovi
e più innovativi percorsi, le mafie hanno decuplicato i loro già pingui
fatturati, lo Stato sociale è stato smantellato, l’economia massacrata a
colpi di privatizzazioni selvagge e a prezzi di supersaldi. E tra pochi
mesi si va al voto, con un Prodi quasi certo vincitore e un Giuliano
Amato che si prepara per il gran volo verso il Colle più alto di Roma.
Quel dottor Sottile che, nel drammatico 1992, fu chiamato a reggere il
timone del Governo, dopo il siluramento di Craxi. Ed al ministero del
Tesoro regnava il Verbo del direttore generale, Mario Draghi, al quale -
scriveva a inizio 2000 nel Gioco dell’Opa il giornalista economico
Enrico Cisnetto - «molti imputano di essere persino più potente di
Ciampi, cioè un super ministro che non ha mai ricevuto alcuna
investitura popolare», addirittura «l’uomo più potente d’Italia»,
secondo un Business Week di fine anni ’90, che lo ha anche visto
all’opera tra i vertici della Banca Mondiale. Saprà ora Draghi
traghettare la nostra superbucata nave fuori dalla tempesta ed evitarci
il naufragio? Cerchiamo di capirlo, passando in rassegna la carriera del
nuovo nocchiero di via Nazionale.
TUTTI A BORDO
Partiamo proprio dal mare. Eccoci a bordo del Britannia, il panfilo
della regina Elisabetta in rotta lungo le coste tirreniche, dalle acque
di Civitavecchia e quelle dell’Argentario. E’ il 2 giugno, festa della
Repubblica, sono trascorsi esattamente cento giorni dall’arresto di
Chiesa. Ma i potenti, si sa, hanno le antenne ben tese e si organizzano
in un baleno. Negli splendidi saloni del panfilo si son dati
appuntamento oltre centro tra banchieri, uomini d’affari, pezzi da
novanta della finanza internazionale, soprattutto di marca statunitense e
anglo-olandese. A guidare la nostra delegazione - raccontano in modo
scarno le cronache dell’epoca - proprio lui, Draghi, che ai «signori
della City» illustra per filo e per segno il maxi programma di
dismissioni da parte dello Stato e di privatizzazioni. Un vero e proprio
smantellamento dello Stato imprenditore.
A
quel summit, secondo i bene informati, avrebbe partecipato anche
l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che sul programma
Draghi cercò di far da pompiere: «non venne programmata alcuna svendita -
osservò - fu solo il prezzo da pagare per entrare tra i primi nel club
dell’euro». Più chiari di così…. In perfetta sintonia con l’attuale
“avversario” (del Polo) l’allora presidente Iri, Romano Prodi e quello
dell’Eni, Franco Barnabè. Pochissime le voci di dissenso. Il napoletano
Antonio Parlato, all’epoca sottosegretario al Bilancio, di An, sostenne
che Draghi aveva intenzione di portare avanti un progetto di
privatizzazioni selvagge. E aggiunse che proprio sul Britannia si
sarebbero raggiunti gli accordi per una supersvalutazione della lira.
Guarda caso, tra gli invitati “eccellenti” del Britannia fa capolino
George Soros, super finanziere d’assalto di origini ungheresi ma yankee
d’adozione, a capo del Quantum Fund e protagonista di una incredibile
serie di crac provocati in svariate nazioni nel mirino degli Usa,
potendo contare su smisurate liquidità, secondo alcune fonti di origine
anche colombiana. E guarda caso, per l’Italia sarà settembre nero, anzi
nerissimo, con una svalutazione del 30 per cento che costringerà
l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi (direttore
generale Lamberto Dini) a prosciugare le risorse della banca centrale
(quasi 50 miliardi di dollari) per fronteggiare il maxi attacco
speculativo nei confronti della lira.
A infilarci pesantemente uno zampino anche Moody’s, l’agenzia di rating
che declassò i nostri Bot. Le inchieste per super-aggiotaggio avviate in
diverse procure italiane (fra cui Napoli e Roma) sono finite nella
classica bolla di sapone. Eppure, anche allora, e come al solito, a
rimetterci l’osso del collo sono stati i cittadini-risparmiatori. Craxi
puntò l’indice contro «una quantità di capitali speculativi provenienti
sia da operatori finanziari che da gruppi economici», parlando di
«potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le
maglie dello Sme», e di un «intreccio di forze e circostanze diverse».
IL SALVATOR SOTTILE
Ad arginare la tempesta arriverà il governo di salute pubblica
guidato da Giuliano Amato, il dottor Sottile passato dalla fedeltà
craxiana a quella dalemiana. E per guidare il tanto sospirato piano di
Privatizzazioni - il solo che potrà salvare la nave Italia dalle
tempeste finanziarie - chi potrà esserci mai? Of course, Super Mario
Draghi, che in otto anni porterà a casa un bottino da quasi 200 mila
miliardi di vecchie lire, vendendo a destra e a manca gli ex gioielli di
casa, anzi dello Stato. Una mission messa a segno con grande
determinazione, portandoci in testa alla hit internazionale dei
‘privatizzatori’ (secondi solo alla Gran Bretagna dell’amico Tony
Blair). Ma, secondo altri “tecnici”, con una politica di scientifica
vendita a prezzi stracciati. Super Mario - appena sceso dal Britannia -
dà inizio alla sua guerra. Siamo a metà luglio 1992 quando l’appena
battezzato governo Amato dà il via libera alla liquidazione dell’Efim,
azienda storica del parastato, gestito coi piedi dai boiardi di Stato ma
ancora in grado di esprimere qualcosa. «Draghi fa una piccola finta
iniziale - descrive chi lo conosce bene - per congelare i debiti con le
banche, anche estere. Ma poi tutto si accomoda, già a fine agosto gli
istituti di credito internazionali sono contenti di come procedono le
cose e poi verranno soddisfatti man mano».
Peccato
che vada disintegrato un patrimonio non da poco, composto da un
centinaio di società del gruppo e da migliaia e migliaia di posti di
lavoro. Ma si sa, la finanza, soprattutto quella “globalizzata”, non può
andar tanto per il… Sottile. Da allora in poi sarà un valzer di
dismissioni. E di grandi manovre. Proprio alla fine di quella bollente
estate 1992, il governo Amato apre le danze, con la trasformazione in
società per azioni dei grandi enti pubblici, Enel, Eni, Ina ed Iri in
pole position. La prima maxi operazione è di un anno dopo, quando il
Credito Italiano va all’asta, per la gioia di imprenditori della vecchia
e nuova finanza, d’assalto e non. La finanza anglo-americana, quella a
bordo del Britannia, gongola, ed un segnale più che significativo arriva
con lo sbarco del neo ambasciatore Reginald Bartholomew, che dopo
qualche mese di acclimatamento tra i salotti romani dichiara:
«continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la
necessità di essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in
modo spedito e di rimuovere qualsiasi barriera agli investimenti
esteri».
Dopo cinque anni - dimessi i panni dell’ambasciatore - Bartholomew viene
nominato presidente della Merryl Linch Italia, uno dei colossi
finanziari made in Usa. Quando la politica & la finanza vanno a
braccetto. Detto, fatto, comunque. Le direttive di mr. Reginald sono
state seguite a puntino nel corso degli anni ’90. Dalle maxi
privatizzazioni targate Telecom (23 mila miliardi) ed Enel (32 mila),
passando attraverso un mare di aziende sparse un po’ in tutti i settori,
a cominciare dall’agroalimentare che viene letteralmente dato in pasto,
è il caso di dirlo, ai big olandesi, inglesi o a stelle e strisce.
Arriviamo nel 2000. L’altro colosso di Stato, l’Eni, è già in avanzata
fase di privatizzazione. Manca solo il ramo “immobili”, la ciliegina
finale. Ad acquisirne la fetta più grossa, per circa 3000 miliardi delle
vecchie lire, è un altro colosso dell’intermediazione finanziaria Usa,
Goldman Sachs, tramite il suo dinamicissimo fondo Whitehall, che così
entra in possesso - per fare un solo esempio - dell’ex area Eni di San
Donato Milanese, 300 mila metri quadrati superappetibili, dove
potrebbero essere trasferiti gli storici locali Rai di corso Sempione.
Goldman Sachs, comunque, non si ferma qui, e fa incetta di altri
immobili, come quelli della Fondazione Cariplo (e poi, con un altro big
Usa, Morgan Stanely, sui patrimoni mattonari di Unim, Ras e Toro).
Altro
acchiappatutto, il gruppo Carlyle, che ha fatto incetta di immobili
anche a Napoli (tra gli azionisti principali, le famiglie Bush e Bin
Laden). Secondo le ultime statistiche di fonte Sole 24 Ore (“Scenari
Immobiliari”) i gruppi esteri ormai sopravanzano quelli nostrani, 11
mila contro 15 mila miliardi di vecchie lire di patrimonio ex-pubblico:
tra i privati nazionali spiccano Ipi (Danilo Coppola), Pirelli Real
Estate (Tronchetti Provera), Risanamento (Zunino), Statuto, Ligresti,
ovvero la crema mattonara di casa nostra.
THANK YOU, GOLDMAN
Nel 2001 Mario Draghi, compiuta la sua mission come direttore
generale del Tesoro e soprattutto responsabile delle privatizzazioni,
passa al altro incarico. Non più pubblico, questa volta, ma privato. Non
più in Italia ma all’estero. Ad arruolarlo è proprio il colosso a
stelle e strisce: a gennaio, infatti, assume la carica di vice
presidente della Goldman Sachs International. Anni pieni di successi,
tanto che a fine 2004 viene nominato al vertice del “management
committee”, l’organismo che pianifica tutte le decisioni del gruppo a
livello internazionale, il primo “non statunitense” a tagliare questo
traguardo nella storia di Goldman. Il pedigree della super-banca
d’affari a stelle e strisce, comunque, può vantare una sfilza di nomi
illustri. E torniamo a quel fatidico 1992. Il presidente della Federal
Riserve Bank di New York (che fa capo alla Banca centrale americana),
Gerald Carrigan, legato a filo doppio con George Soros, si dimette e
passa tra le fila della Goldman Sachs, in qualità di presidente dei
consiglieri internazionali del gruppo.
Tra
i consiglieri della stessa banca ha figurato Romano Prodi. Oggi, al
posto di Draghi, siede l’ex commissario Ue Mario Monti. E’ entrato nel
gruppo a fine novembre: forse proprio per questo - quando è rimbalzato
il suo nome per il vertice Bankitalia - ha fatto un passo indietro. Per
un evidente conflitto d’interesse. Da un conflitto all’altro, eccoci
sempre all’estero, con le possibili acquisizioni delle nostrane Bnl e
Antonveneta da parte del Banco di Bilbao e dell’olandese Abn Ambro, in
contrapposizione alle nostrane Unipol (vedi alla voce Consorte) e BPI
(vedi alla voce Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani). Ebbene, in
entrambi i casi, Goldman Sachs ha svolto il ruolo di “advisor”,
valutando positivamente le due offerte straniere. E oggi Fazio osserva:
«ho cercato di evitare a tutti i costi la colonizzazione del nostro
sistema bancario. Vedrete quel che succederà dopo di me». Val la pena di
stare a vedere e, se possibile, di accendere i riflettori.
I GRANDI REGISTI DI MANI PULITE
Cè una
strategia ad orologeria in Mani pulite? Come mai il bubbone è scoppiato
in quel ’92, quando la corruzione ormai dilagava da anni ? Possibile che
tutto sia uscito dai porti delle nebbie in un sol botto? Come mai i pm
prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro
capi? Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta. E lo
stesso clamoroso abbandono della toga da parte dell’uomo simbolo di
quella stagione, Antonio Di Pietro, sta a dimostrarlo. Un episodio fino
ad oggi mai chiarito. Come non è chiara la genesi di una fantomatica
“Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, che
nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del
principe Filippo di Edimburgo avrebbe trovato adepti in mezza Europa.
Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti
della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite
International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile
della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea
anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti,
annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.
«Alla
fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e
assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con
l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era
possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a
rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano
il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò
sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo
Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso. Tra
gli ideologi di Transparency International Hans Helmut Hoeppe, docente
all’università del Nevada, il quale non esclude la necessità ultima
dell’autoritarismo come unico mezzo per porre fine allo stato sociale ma
propone un’alternativa: una radicale politica di “decentralizzazione” e
“privatizzazione” di quasi tutte le istituzioni, compresa polizia,
magistratura e forze armate. E tra gli sponsor in prima linea, of
course, le fondazioni legate alla regina Elisabetta (Corwn Agents,
British Overseas Development Administration, Bhp Minerals of Australia,
Rio Tinto, Tate & Lile, Nuffield Fountation, Rownee Trust). Poi la
misteriosa società Mont Pelerin, fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek
e che tra i suoi aficionados italiani conterebbe sulle presenze dell’ex
ministro alla difesa Antonio Martino e dell’economista Sergio Ricossa.
Ai vertici della sua piramide, tra gli altri, Peter Berry, direttore
della Crown Agency britannica, e il ministro colombiano della giustizia
Nestor Neira.
Ma
a quanto pare è proprio George Soros il grande burattinaio
dell’organizzazione, che – guarda caso – attraverso suoi fedelissimi,
avrebbe provocato maxi crac nelle economie di mezzo mondo. Del resto, il
suo Quantum Fund è una diretta emanazione del gruppo Rothschild. Un
solo esempio? Richard Katz, ex direttore della Rotschild Italia e allo
stesso tempo membro del comitato esecutivo del Quantum Fund di Soros.
Registrato nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, nel suo
consiglio d’amministrazione fanno capolino alcuni nomi di un certo peso:
come quello di Isidoro Alberini, storico agente di cambio alla Borsa di
Milano, Nils Taube (socio dei Rotschild nella finanziaria St.James
Place Capital), Amebee de Moustier (della Ifa Banque di Parigi), Edgar
de Picciotto. Quest’ultimo è al vertice della UBP (Union Bancarie
Privée) di Ginevra, terza banca svizzera, uno dei cui soci, Edmund
Safra, è stato coinvolto in un’inchiesta della Dea americana per
riciclaggio dei narcodollari colombiani. Tra i più accaniti fan di Mani
Pulite International, alcuni padani doc.
A presiedere il movimento TI in Italia figura, infatti, Maria Teresa
Brassiolo, consigliere della lega Nord al comune di Milano, mentre ai
vertici organizzativi figura un altro esponente del Carroccio a Saronno,
Edoardo Panizza. Una in perfetto stile Calderoli, la Brassiolo , che
suggerisce l’uso del bisturi nei confronti dei criminali: «prima di
ammazzarli basterebbe magari operarli o dare loro delle medicine, del
resto se uno ha l’appendicite lo operano di appendicite». O no?
LE MAFIO-MASSONERIE DI BILDERBERG E TRILATERAL
I signori
della finanza, evidentemente, amano le acque. Vuoi quelle marine, come
nel caso della crociera d’affari sul Britannia di Sua Maestà, vuoi
quelle, più tranquille, di un bel lago. Come è successo, ad esempio,
sulle rive del Maggiore, in quel di Stresa, dove a giugno 2003 il Gruppo
Bilderberg a festeggiato i suoi primi 50 anni. Li ritroviamo lì, in un
abbraccio appassionato, i potenti della terra, dall’immancabile Henry
Kissinger a David Rockfeller fino a Melinda Gates. E la nostra truppa?
Mista al punto giusto, trasversale che più non si potrebbe. Il meeting
del cinquantennio ha visto la partecipazione, sul versante finanziario,
di Franco Bernabè, Rodolfo De Benedetti, Mario Draghi, Mario Monti,
Tommaso Padoa Schioppa, Riccardo Passera, Paolo Scaroni, Marco
Tronchetti Provera. Per la serie: tutti i candidati possibili alla
successione di Fazio al vertice di Bankitalia! Tra gli
economisti-politici, i due ultimi ministri dell’Economia nel governo
Berlusconi, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti.
Ma nel corso degli anni le presenze agli annuali meeting - a partire dal
1982 ad oggi - sono state numerose e di grande prestigio: non ha fatto
mancare la sua presenza il gruppo Fiat, con i fratelli Gianni e Umberto
Agnelli, Paolo Fresco e l’amico Renato Ruggiero (per pochi mesi al
timone del ministero degli Esteri); e poi i banchieri Rainer Masera, al
vertice del gruppo Imi San Paolo, e Alessandro Profumo, Confindustria
con Innocenzo Cipolletta; e un folto drappello di politici, dai polisti
Giorgio La Malfa , Gianni De Michelis e Claudio Martelli (oltre ai già
ricordati Tremonti e Siniscalco), agli ulivisti Romano Prodi, Valter
Veltroni e Virginio Rognoni.
Ecco
cosa ne pensa di queste combriccole un giornalista di razza come Fulvio
Grimaldi (lo ricordate, col suo inseparabile bassotto a denunciare
senza peli sulla lingua gli imbrogli a 360 gradi e per questo
prudentemente fatto fuori dalla Rai?), in un lungo reportage
consultabile solo via internet, sul sito contro “Come don Chisciotte”:
«31 dicembre: nel plauso a denti stretti della destra e più convinto
della “sinistra” a Mario Draghi governatore della Banca d’Italia, si
chiude l’annus horribilis berlusconian-dalemiano-bertinottiano 2005.
Vince la finanza anglo israeliana, massonica e laica (si fa per dire),
perde la finanza cattolica e in specie la massoneria Opus Dei. Vincono
anche coloro che 13 anni prima hanno avviato la bancarotta italiana,
assassinato la politica e fatto trionfare un’economia in gran parte
straniera di rapina e per il resto quella che impesta l’aria di questi
tempi. La posta in gioco? Tra le altre il famigerato Partito Democratico
filoclintoniano, filoisraeliano, filobilderberghiano, massonico, di
Rutelli, Veltroni e aggregati vari».
Grimaldi
definisce Bilderberg e Trilateral come «organizzazioni
mafioso-massoniche». Sta di fatto che sugli incontri targati Bilberberg -
nel corso dei quali si discute dei destini e degli assetti mondiali -
vige il più assoluto riserbo. Sulla stampa ufficiale, nessuna riga.
Forse perché, tra gli invitati di lusso, figurano anche alcuni grossi
calibri della stampa nazionale, da Ferruccio De Bortoli a Gianni Riotta,
fino a Lucio Caracciolo. Manca solo Magdi Allam: sarà per la prossima
volta.